La normalità non è stata sempre constante nella mia vita, e non può che essere decisamente il contrario, se sei l’ultimo di una famiglia di undici figli, a NAPOLI.
Adesso voi mi direte “Di Gennà!?” , è vero sembra più l’apertura di un mio monologo che una finestra sul cortile di un libro, ma quello che paradossalmente io racconto da anni immemorabili, oramai, non è altro che il frutto di duro lavoro di compagnia, di un teatro che aveva come tavole di palcoscenico le mattonelle e per scenografia i muri di casa Di Gennaro.
Una famiglia cosi numerosa è stata fonte di molteplici sacrifici, ma come dice Proust “la varietà di difetti non è meno mirabile della somiglianza delle virtù”, perché proprio da situazioni cosi patite e diverse nasce la mia comicità, frutto di commedie quotidiane nate dalla convivenza di tredici persone in un ambiente costituito da tre stanze e cucina.
Al contrario di quello che si possa pensare, o, l’ultimo nato della compagnia stabile Di Gennaro, invece di essere il più coccolato, ero la vittima, il capro espiatorio. Era a me che toccava scendere per ritirare la spesa, era a me che toccava alzarsi da tavola se mancava qualcosa, era a me che attenzioni e gli umori di una famiglia si riflettevano ed era a me che toccava tutto quello che ai miei fratelli era già toccato. Ero quello che rompeva sempre tutto, ai vestiti, alle scarpe, ai calzini soprattutto!
Come in ogni numerosissima famiglia napoletane, la differenza tra vivere sopravvivere è sempre stata molto sottile, trasparenti, e per non gravare sul già disastro bilancio familiare si era costretti a lasciare in eredità ai fratelli minori, camicie, cappotti, scarpe, tutto, persino i calzini. Ora, non era poi così difficile che ti arrivassero delle scarpe che avevano già sul groppone dieci passaggi di proprietà, per giunta con gomme senza battistrada e praticamente sulla tela.
Ricordo con affetto una delle prima repliche che la stabile Di Gennaro teneva in occasioni di viste di parenti o amici. La carne non era mai abbastanza, e quando Mamma, il capocomico, ci chiedeva se volevamo il secondo noi dovevamo negare capricciosamente, ma affinché la rappresentazione riuscisse in pieno, ci toccava prendere uno scappellotto e subire i lazzi del capocomico sulla sfortuna di avere un figlio che non mangiava e non cresceva. Negli anni, da quella scena ho capito che mia madre oltre ad essere stata un’attrice domestica di straordinaria fattura, era una dietologa innovativa. Infatti, anni dopo avevo preso qualche chilo; per dimagrire mi rivolsi a un dietologo di successo e lui mi prescrisse una dieta mediterranea. Io non sapevo cosa significasse”dieta mediterranea”, lo specialista mi spiegò di mangiare il primo a pranzo e il secondo a cena.
“Gesù!” mi dissi, “Mammà era una grande dietologa! A casa mia abbiamo sempre fatto la dieta mediterranea e non lo sapevamo!”.
A differenza dei comici del sud, quelli del nord devono lavorare sul copione, noi dobbiamo limare sulla vita quotidiana, altrimenti è troppo. La fantasia degli aventi che possono verificarsi in una famiglia napoletana non ha eguali, si può sfociare nell’assurdo partendo dalla più banale delle situazioni.
visualizza: Libri e DVD









